Anche il terapeuta “sente”
di Federica Giusti - Venerdì 19 Giugno 2026 ore 08:00

Ho appena concluso l’ultimo appuntamento e poi staccherò per una decina di giorni da lavoro. Sento il bisogno di fermarmi e animare Federica e non solo la Dottoressa Giusti. Solo bisogno di ferie? In parte forse anche sì, ma c’è di più, c’è il bisogno di prendere un po' le distanze da quel sentire con la pancia, come lo chiamo io.
C'è un'immagine diffusa dello psicoterapeuta: una persona calma, sempre lucida, quasi impermeabile alle emozioni. Seduto sulla sua poltrona, ascolta, comprende, interpreta. Ma la realtà è più umana e, forse, più interessante.
Quando una persona entra in terapia porta con sé molto più di un racconto. Porta paure, speranze, ferite, desideri. E chi ascolta non è una macchina che registra informazioni. È un essere umano che, inevitabilmente, viene toccato da ciò che accade nella stanza.
Il terapeuta prova emozioni. Può commuoversi ascoltando il racconto di una perdita. Può piangere, e vi giuro mi è capitato. Può sentire tristezza di fronte a una sofferenza antica che sembra non trovare pace. Può persino sperimentare frustrazione quando vede un paziente ripetere schemi che lo fanno stare male. E può gioire. Sì, gioire davvero. Essere così partecipe delle gioie dell’altro quasi (e dico quasi) fossero le sue.
Ci sono momenti che difficilmente trovano spazio nei manuali: quando una persona riesce finalmente a dire un “no” che non aveva mai pronunciato; quando torna a sorridere dopo mesi di malessere; quando racconta di essersi sentita libera, anche solo per un istante.
In quei momenti, spesso, anche il terapeuta sente una piccola soddisfazione, una felicità discreta ma autentica.
Questo coinvolgimento emotivo non è un errore professionale. Al contrario, è uno degli strumenti più preziosi della relazione terapeutica. In psicologia si parla di controtransfert: l'insieme delle emozioni che il terapeuta prova nei confronti del paziente.
Un tempo era considerato un ostacolo. Oggi sappiamo che, se riconosciuto e gestito con consapevolezza, può diventare una fonte importante di comprensione.
Naturalmente esiste una differenza fondamentale tra empatia e fusione emotiva. Il terapeuta non soffre al posto del paziente, né vive la sua vita. Mantiene una distanza professionale che gli permette di restare utile, lucido e presente.
È una vicinanza particolare: abbastanza vicino da comprendere, abbastanza distante da poter aiutare.
Forse è proprio questo equilibrio a rendere speciale la psicoterapia.
Dietro ogni colloquio ci sono due persone: una che cerca di dare senso alla propria esperienza e una che la accompagna nel percorso. Entrambe sentono emozioni, ma con ruoli diversi.
Perché la terapia non è un incontro tra una sofferenza e una tecnica. È, prima di tutto, un incontro tra esseri umani.
Ecco perché la Dottoressa Giusti deve portare Federica in ferie!
Federica Giusti









