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Domenica 20 Settembre 2026

RACCONTI DELLA DOMENICA — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI ha lavorato e vive in Valdera, a Pontedera. Gli piace scrivere, ma non è uno scrittore. Solo uno che scrive.

Sul mare alto

di Marco Celati - Domenica 20 Settembre 2026 ore 08:00

Fu dove Porto Corsini dà sul mare alto e di là dal molo i pescatori lentamente affondavano e salpavano le reti. In auto raggiungemmo Ravenna, bizantina e industriale, oltre le fabbriche e la Darsena della città. Poi riprendemmo per i Lidi Ferraresi, lungo le Valli fino a Comacchio e sui canali mangiammo l’anguilla, insaporita di alloro. Era la tua leggenda, Dora, a resistere nelle cose e nel tempo di quella primavera inerte e smemorata. Nel tripudio di fasci littori e croci uncinate, una fede feroce incombeva distillando veleno. In un alalà ci travolse e nessuno poté dirsi incolpevole.

Sui mari del sud e le isole più belle del mondo, dove antenati videro il cetaceo soffiare sull’acqua e volare i ramponi e innalzarsi le code, le balene fuggendo tra schiume di sangue, mentre il sole si levava e i giorni erano corti per loro. Gli antenati erano marinai, contadini, operai, uomini soli, e tra loro qualcuno leggeva romanzi, che in paese era tanto.

Da piccoli, i genitori ci portavano sulla spiaggia, al bagno Oceano in Versilia, però è a Quercianella, da grande, affidato a famiglie di amici, che da solo ho imparato a nuotare, oltre gli scogli insidiosi e selvaggi, al largo dove non si tocca, vincendo la paura.

In alto mare con una barca lussuosa e un amico, ora scomparso, attraccati davanti a Bocca d’Arno, vicino alla torre-faro della Meloria che avvisa delle secche i naviganti. Mi buttai giù, a capofitto, dal ponte superiore, l’acqua non arrivava mai. E fummo quel giorno felici.

In Lunigiana, nei laghi, nei fiumi che risalimmo fino alle gole degli stretti. Nelle acque dolcissime e fredde ci precipitammo dalla diga in un tonfo e scesi a bagnarmi in un punto mortale. Quanto tempo! Eravamo con i nostri figli e parenti e sentivamo di amarci.

A Capo Verde, sulle isole migrabonde e ventose dell’Atlantico, dove un Commissario in pensione, di nome Nedo e cognome Favati -un cretino inventato- ha indagato di sé e di delitti, amando Pilar e Dores ed è morto due volte, di cui una buona, ucciso dall’autore, maledetto assassino e incapace!

Sul mare alto, nell’Oceano Pacifico, dove sono stati i figli e mi hanno portato in dono un idolo pagano e un pareo che ancora conservo. E nel Mediterraneo hanno navigato l’Egeo e viaggiato in Grecia tra case bianche, nel celeste-azzurro del mare e del cielo. Poi a Delfi sul Parnaso, al tempio di Apollo dove la sacerdotessa Pizia pronunciava gli oracoli e c’era scritto: “conosci te stesso”, “nulla in eccesso” e “al pegno segue la sventura”. Tutto chiaro, fin qui.

La cosa misteriosa davvero era la lettera “E”, incisa nel tempio. In greco antico la sua pronuncia coincideva con Εἶ, “Tu sei” e chissà se andava rivolta al Dio o a sé stessi. Nell’alfabeto greco esprimeva anche la congiunzione ipotetica Εἰ, “Se”, con cui i fedeli interrogavano la Pizia chiedendo se fosse tempo di sposarsi o se avrebbero vinto la guerra. Oppure le due cose insieme, incerte entrambe, fallaci e terribili più della consecutio temporum. “Se”, introduceva il periodo ipotetico, il sillogismo alla base della logica, cara ad Apollo. Inoltre la lettera “E” era Epsilon, la quinta dell’alfabeto greco: il numero cinque era perfetto per la scuola di Pitagora, la “pentalfa” simboleggiando i cinque elementi cosmici: terra, aria, acqua, fuoco, etere. Il numero era sacro anche ad Apollo, protettore della matematica. Pure! Ma forse “E” era un’iscrizione tardiva -magari ce l’aveva scritta Plutarco, filosofo e sacerdote, che poi fece tanto il misterioso- e corrispondeva alla pronuncia della prima sillaba greca di αἴνιγμα, o della sua derivazione latina “aenigma”, ed era a disposizione e interpretazione libera, enigmatica dell’oracolo: tutti buoni, se no, a conoscere sé stessi e il resto che viene.

In alto mare ci lascia il significato profondo delle cose: tutto è verità? O forse no e il rito di vivere, le incombenze fanno della vita un inganno e una persecuzione. Forse per amarla davvero la vita non bisogna tentare di possederla o spiegarla. Come l’amore. Forse è perdersi, perché quello che non perdi non trovi e le cose che succedono sono quelle di cui abbiamo bisogno. Anche il dolore? Non lo so, non vado per mare, né viaggio, semmai leggo -e dovrei farlo di più- che leggere, diceva Salgari, è viaggiare senza la seccatura dei bagagli. Povero Salgari, costretto a scrivere da morirne. Da uccidersi, spezzando la penna. Io scrivo nell’etere, sono etereo, ma non social o leggero. Non merito notorietà. E sta bene così.

Sul mare alto non ci sono più stato: paura dell’abisso, della bestia infastidita e mutante, delle meduse infestanti le acque tropicalizzate. E problemi di cuore. Solo Penna poteva dire “ognuno è nel suo cuore un immortale”. Perché era un poeta felice e diverso: essendo egli diverso, non essendo egli comune, non aveva paura. E se n’è andato povero, solo e immortale.

Marco Celati

Pontedera, 20 Settembre 2026

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P.S. Scrivo e pubblico virtualmente, non con grande virtù, la domenica. Questa domenica era sul mare alto” lispirazione montaliana, ronzante in testa come unape. Ormai con Dora Markus di Montale -scritta tra il 1928 e il 1939- sono entrato in confidenza. Vincendo la mia reverenziale timidezza e approfittando del fatto che lui non aveva la patente, mi sono permesso di portarla in auto a Comacchio a mangiare languilla. In era fascista, nell’incombente primavera hitleriana con un salto indietro nel tempo, ma chissà. Come non bastasse, ho saccheggiato gli Antenati” e I mari del Sud” di Pavese, a mio uso e consumo. Alcune frasi sono ispirate da due film italiani: Stella gemella” di Luca Lucini e La vita da grandi” di Greta Scarano. In particolare quello che non perdi non trovi” è una citazione attribuita a Bulat Okudžava, che è stato un cantautore e poeta russo dissidente e controverso, di origini georgiane, a me sconosciuto. Il Commissario Favati è un personaggio immaginario di cui ho scritto, per passione e non su carta, vita, morte e miracoli. Il filosofo Plutarco nel trattato “De E apud Delphos” espose le diverse ipotesi interpretative della lettera “E” sul tempio di Delfi, dove era stato sacerdote. Che stesse per “enigma” è una mia invenzione parecchio cazzara e di Plutarco non merito il perdono. Emilio Salgari, in ristrettezze, sfruttato dai suoi editori, si tolse la vita lasciando una lettera d’addio con la frase “Vi saluto spezzando la penna”. Di Sandro Penna ho preso due poesie: “Indifeso fervore” e “Felice chi è diverso”. A tutti devo ringraziamenti e scuse. Anche alla professoressa di greco, pure se ho fatto lo scientifico. C’è una piazza intitolata a Dora Markus, a Marina di Ravenna.

Marco Celati

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