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Interviste Mercoledì 08 Aprile 2026 ore 07:00

Dal Cuoio ai palchi del mondo con Jovanotti

Foto di: Instagram - Franco Santarnecchi

Una storia fatta di musica, tra Jazz, strumenti e famiglia: Franco Santarnecchi ripercorre le tappe che lo hanno portato nell'olimpo della musica



SANTA MARIA A MONTE — Da Montecalvoli ai palchi di tutto il mondo accanto a Jovanotti: è il percorso artistico di Franco Santarnecchi, pianista, batterista e compositore al fianco di uno degli artisti più amati in Italia e non solo. Intervistato da QUInews, Franco ha ripercorso la linea del tempo del suo percorso musicale: tra il paese, il jazz e la famiglia. 

Tutto è partito nella casa di famiglia con il padre, il maestro Giuseppe Santarnecchi,  che teneva lezioni di musica nella propria abitazione di Montecalvoli, nel comune di Santa Maria a Monte. È proprio in questo ambiente che Franco cresce circondato da strumenti, artisti e influenze culturali diverse, sviluppando fin da subito una profonda curiosità e una conoscenza diretta della musica in tutte le sue forme. 

Com'è nata in te la passione della musica?

"È nata in maniera naturale, perché mio padre Giuseppe insegnava musica dalla mattina alla sera, e le persone che venivano a casa erano provenienti da tutte le parti della Toscana e non solo. Sono nato nel 1961 e ho vissuto gli anni '70, anni in cui la creatività artistica musicale era al suo apice. Mio padre aveva studiato, era un grande musicista. Quindi io e i miei due fratelli abbiamo seguito questo percorso, e in poco tempo giravamo la Toscana con l'orchestra di famiglia, dove addirittura mia madre, negli anni '70, guidava il camion. Vivevamo in un contesto ricco di arte dove gli strumenti erano sia un gioco sia una passione, un’amore. Non c’era un momento in cui non ci organizzavamo per suonare".

Il territorio e il paese in cui hai vissuto hanno contribuito allo svilupparsi di una tua creatività artistica? Se sì, in che modo?

"Il luogo in cui sono cresciuto, Montecalvoli e in generale la Valdera e il pisano sono stati fondamentali. Il silenzio del paese, la natura e l'aria, che trasporta le note, è la base per cui un suono possa generarsi. Il silenzio era fatto di piccoli suoni, il cane che abbaia, gli uccelli, le parole della gente: tutto quanto era musica. Al tempo non c’erano rumori e l'inquinamento acustico che viviamo oggi e il paese aveva tanti luoghi magici: la Torrigiana, dove lo sguardo si perde all’orizzonte, o il muro della porta di Montecalvoli. Erano luoghi mistici dove il panorama si estende a perdita d’occhio e dove era facile astrarsi dalla realtà e diventare tutt'uno con il suono. L'arte non può essere prodotta nel caos, serve equilibro e pace. In questo contesto, i luoghi che vivevamo ogni giorno, anche quelli di svago, hanno contribuito profondamente al mio percorso creativo e musicale. Per questo amerò sempre il territorio in cui sono cresciuto".

Ti sei innamorato di uno strumento musicale in particolare nel corso della tua formazione ?

"Avendo a disposizione tanti strumenti e la possibilità di ascoltare molti artisti che venivano a imparare da mio padre, mi sono da subito innamorato del pianoforte e della batteria, anche se sono arrivato a suonare quasi tutti gli strumenti. Come genere invece il jazz è la forma di arte musicale che si intreccia perfettamente con la mia natura e il genere che prediligo anche in ambito lavorativo: la natura libera, sfrenata del jazz mi ha sempre appassionato, è improvvisazione pura, ma sempre in evoluzione, dagli anni '30 agli anni '90, fino al 2026 si è trasformato tantissimo. Quello che amo è la sua componente di imprevedibilità, che ti costringe indagare te stesso per creare qualcosa di puro e personale".

Ovviamente arrivando alla tua carriera, il punto di svolta è stato Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, come è stato il vostro incontro?

"Mi ricordo l'occasione precisa, era il 2004. In quel periodo stavo suonando nei locali, un po' dappertutto, soprattutto a Firenze, dove anche adesso abito, e in una serata, suonando con altri musicisti ho conosciuto Riccardo Onori, che suonava con Jovanotti. Dopo una serata venni a sapere da lui che Lorenzo cercava un pianista. Risposi presente ma la cosa rimase li, un giorno, quando mi trovavo nel traffico, sento squillare il telefono, ed era proprio la chiamata per andare a Cortona a fare il primo provino con un'artista di questo calibro. Da li l’ho conosciuto, abbiamo suonato ed è scattato subito un grande feeling, mi ha coinvolto da subito per registrare il suo nuovo disco a Milano: Buon Sangue, da li è partito tutto, una storia che non è ancora finita oggi, nel 2026".

Dal 2005, Jovanotti e la sua band, si è esibita sui palchi più importanti (e le spiagge) d'Italia e di tutto il mondo.

 "Abbiamo suonato nei luoghi più incredibili, New York, Seattle, Boston, Buenos Aires, Petra per dirne alcuni. Quello che è venuto dopo è stato un percorso naturale, anche se nel mio subconscio c’era da sempre il desiderio di lavorare con un artista come lui, che stimavo. Lorenzo è un’amante della musica, facciamo le ballads, latino, techno, il funky, possiamo definirci una band multigenere, e credo che sia questa la forza che attira le persone. Ho avuto l'onore di scrivere alcuni dei brani più famosi di Jovanotti, come A TeLe tasche piene di sassi, un illusione e tanti altri brani. parole e note indelebili che mi accompagnano ogni volta chee mi metto a suonare "

Quando hai realizzato di “avercela fatta” con la musica? C’è stato un momento preciso o una sensazione particolare?

"La prima volta è stata durante un festival in Europa, nel 2004, alla prima data dopo le prove. Eravamo in Austria e a un certo punto mi sono quasi estraniato dalla situazione: ho guardato il palco e ho visto Saturnino lì, Jovanotti che cantava e ballava… e mi sono chiesto: “Dove sono? Sto davvero vivendo questo momento?”. E lì ho capito: sì, ci sono anch’io. È stata una grande soddisfazione, la conferma che avevo fatto bene a studiare musica. Tra l’altro, proprio durante quei concerti, mi è stato chiesto di iniziare un brano che avevamo scritto insieme, con un Dammi un po’ di funk. È stata una tripla soddisfazione: aprire il pezzo, ricevere un gesto di fiducia così importante e sentirmi riconosciuto. Un po’ come ricevere il mazzuolo per suonare la campana: un segnale forte, simbolico, ma che ha voluto dire tanto per me".

Jovanotti è famoso per la volontà di creare sempre qualcosa di nuovo, quali programmi sono in serbo per il pubblico ?

"Con il Jova Summer Party abbiamo voluto colmare un vuoto: il Sud Italia, per anni purtroppo è rimasto senza grandi concerti di questo tipo per problemi organizzativi e  anche per la mancanza di strutture adeguate. L’idea era proprio quella di portare uno spettacolo importante anche lì, creando qualcosa di unico, un’esperienza musicale che unisse energia, territorio e pubblico. Quest’anno, invece, abbiamo scelto di spostarci sulle arene, per costruire uno spettacolo ancora più curato e potente, pensato davvero per tutti. È un’evoluzione naturale del progetto, che continua a crescere. E poi ci sarà anche uno sguardo verso l’Europa, con alcune date a Luglio".

Gabriele Santarnecchi
© Riproduzione riservata


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