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Cultura giovedì 30 giugno 2022 ore 18:50

La storia di Varramista si ripete a Montopoli

La villa di Varramista

Il volume scritto da Lando Testi e Giuseppe Cecconi sarà presentato a Montopoli al Museo civico. A coordinare l'evento il direttore di QUInews Migli



MONTOPOLI IN VAL D'ARNO — Il racconto del libro "Il cielo sopra Varramista. Autobiografia di una Vespa" non può prescindere da Montopoli, dove la villa che fu di Enrico Piaggio svetta nelle vicinanze della frazione di Castel del Bosco.

Proprio a Montopoli, nel giardino del Museo civico, gli autori Lando Testi e Giuseppe Cecconi presenteranno il volume, insieme all'assessore allo Sviluppo e alla Promozione del territorio Valerio Martinelli e al giornalista e direttore di QUInews, Marco Migli. Ai partecipanti, sarà donata una copia del libro.

Di seguito, un brano del volume.

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"Agli inizi degli anni '90 nella fabbrica della Vespa, si accentuavano le rivalità fra la Direzione di Torino degli Agnelli, e gli uomini legati alla vecchia proprietà di Piaggio. Certuni, impropriamente, indicavano i piemontesi come la destra e i pontederesi la sinistra. Coppi e Bartali!

L'arrivo di Giovanni Agnelli apparve dunque salvifico, perché riuniva in sé le due anime della Piaggio. La gente sapeva che lui era affezionato al territorio e che gli piaceva Varramista, sapeva che avrebbe voluto rilanciare la Piaggio, sapeva che sarebbe diventato l'erede dell'impero Fiat. C'era un consenso generale intorno alla sua persona. Che un industriale fosse così benvoluto, era la prima volta che succedeva in Italia, e non ci sono più stati esempi simili.

Dopo tutto, anche il modo come si comportava in città faceva sì che lo si guardassecon simpatia.

Era sempre il primo a salutare. Se per combinazione entrava in un ristorante e non c'era posto, se ne andava rinunciando a rivendicare il suo status.

Un giorno si presentò in Comune chiedendo sommessamente alla segretaria se poteva essere ricevuto dal primo cittadino. Costei, non sapendo chi fosse, sul subito gli sbarrò il passo. D'altronde lui era arrivato in Vespa direttamente dallo stabilimento della Piaggio, senza neppure farsi annunciare.

Col Sindaco diventarono quasi amici, e una volta, insieme alle loro fidanzate, andarono ad uno spettacolo teatrale dei carcerati del Maschio di Volterra.

Un senegalese immigrato gli scrisse una lettera per invitarlo a costruire una fabbrica nel suo paese, e lui gli rispose di proprio pugno spiegandogli per filo e per segno come mai non esistevano al momento le condizioni di fattibilità di quel progetto.

Quasi per tradizione, quando davanti ai cancelli i delegati di fabbrica distribuivano i volantini, una guardia andava alla bacheca sindacale e ricopiava il testo lì affisso, per farlo leggere ai dirigenti. Invece se capitava Giovanni Agnelli, lui scendeva dalla automobile ed andava a farselo dare direttamente.

Una volta chiese delucidazioni sulle richieste operaie, allora i delegati si fecero in quattro a spiegargli tutto dall'a alla z. Uno di loro, preso da troppo entusiasmo, gli disse che se li avesse accontentati, lui, che era della Fiorentina, avrebbe tifato Juventus per sempre.

Di fronte all'ingresso principale delle officine c'era il bar Da Mauro sempre affollato, a qualunque ora per prendere un caffè bisognava fare la fila. Lì fuori, in uno spiazzo delimitato dai platani del Viale, nella pausa pranzo un gruppetto di operai si ritrovava a mangiare la pietanza da un pentolino d'alluminio portata da casa. Certe volte passava in auto davanti a loro Giovanni Agnelli, che andava a pranzo da qualche parte. Lui li salutava con un cenno della mano, e loro gli rispondevano allo stesso modo. Un operaio, sempre lo stesso, a mezza voce senza farsi sentire, gli augurava il buon appetito, perché alla gente perbene gli viene automatico di comportarsi così.

Avendo fatto il servizio militare come carabiniere paracadutista, Giovanni Agnelli volle incontrare, uno per volta, tutti i capitani della Valdera, ed amava ripetere che loro restavano i suoi comandanti.

Come si sa nell'Arma l'ubbidienza è un dovere assoluto, ma anche una virtù. Secondo Simone Weil l'obbedienza è un bisogno dell'anima che innalza 'individuo oltre il proprio mondo personale, poiché “non si entra nella verità senza essere passati attraverso il proprio annientamento; senza aver soggiornato in uno stato di estrema e totale umiliazione”. Per la filosofa francese i dittatori diventano pazzi e feroci proprio perché non hanno dei superiori a cui rendere conto, perché comandano sempre, senza mai dover abbassare la cresta davanti a nessuno. E restano intrappolati nel loro labirinto, per dirla con Gabriel Garcia Márquez.

Scrive Simone Weil nel saggio La prima radice: "Essendo l'ubbidienza un nutrimento necessario all'anima, chiunque ne sia definitivamente privo è malato. E così ogni collettività, retta da un capo sovrano che non debba render conto a nessuno, si trova fra le mani a un malato....Quelli che sottomettono masse umane con la costrizione e la crudeltà li privano simultaneamente di due vitali nutrimenti, cioè della libertà e dell'ubbidienza; perché queste masse non sono più in grado di accordare il loro consenso interiore all'autorità che subiscono".

Questa virtù Giovanni Agnelli seppe praticarla molto bene con l'Arcivescovo di Pisa Monsignor Alessandro Plotti. 

Plotti era un religioso di grande statura, un personaggio che avrebbe potuto ispirare Victor Hugo. Sembrava uscito dalle pagine di Alessandro Manzoni nella descrizione che fa del Cardinale Borromeo.

Quando ci fu la guerra in Iraq con i raid aerei della Nato, egli radunò nella antica Cattedrale di Piazza dei Miracoli tutti i sindaci della provincia, e tuonò contro quel conflitto. Lui non escludeva che i pacifisti potessero sdraiarsi sui binari, per fermare i convogli ferroviari che portavano le munizioni dei bombardieri americani nella base militare di Camp Darby a Tirrenia.

Vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana, Plotti dialogava volentieri con gli esponenti più radicali della Chiesa. Fece scalpore il suo incontro pubblico col missionario comboniano Alex Zanotelli, in una magica notte d'autunno nella stupenda chiesa romanica di Santa Giulia a Caprona.

Orbene, quando la Piaggio, per sfruttare al meglio gli impianti, propose ai suoi operai di lavorare sette giorni su sette, recuperando le domeniche con riposi infrasettimanali, Plotti ebbe un incontro coi vertici dell'Azienda. E chiese loro di fare un passo indietro.

Per lui la sacralità del riposo festivo non poteva essere messa in discussione, e avrebbe combattuto per tutelarlo. Sic tempora!

Giovanni Agnelli tenne conto di questa presa di posizione e la domenica lavorativa, com'è o come non è, fu riposta in un cassetto. Con grande soddisfazione degli operai che da anni scioperavano per ottenere il sabato festivo. Figuriamoci le domeniche!

E sarà proprio Plotti a celebrare le nozze di Giovanni Alberto con Frances Avery Howe nella cappella della tenuta di Varramista.

Una grande festa, con gli Agnelli presenti al gran completo, a rendere onore al futuro leader della holdig di famiglia.

Poco dopo Giovanni Agnelli si ammalò gravemente e si recò in America per curarsi. Ma non ci fu niente da fare.

A vent'anni dalla sua morte, Walter Veltroni scrisse un ricordo bellissimo di Giovanni Agnelli sul Corriere della Sera. Veltroni era vicepresidente del Consiglio quando ricevette una telefonata da NewYork, era Giovanni Agnelli. "Mi disse parlando con voce serena che la sua battaglia contro la malattia era difficile, forse impossibile, ma che in quell'ospedale vedeva tanti bambini malati e pensava comunque di essere stato fortunato. Lui era bello, ricco, giovane e simpatico... Ci eravamo conosciuti all'inizio degli anni '90, quando ero direttore de L'Unità. La prima cosa di cui mi parlò fu di un Manifesto dei Valori, che aveva affisso nel suo ufficio e che rappresentava per lui il senso della missione di un'azienda. C'era scritto: “La nostra Azienda ha fra i propri punti di riferimento fondamentali la responsabilità sociale. In tale ambito ritiene fondamentali le problematiche della sicurezza e dell'impatto ambientale, dei prodotti, come dei processi produttivi”. Giovanni un giorno mi disse: “Non posso accettare che il the ultimate scope dell'industria sia quello di fare soldi. Il profitto è una parte essenziale, però penso che il ruolo dell'industria sia anche di migliorare la società e la qualità della vita”. Quel giorno mi parlò della sua volontà di costruire il Museo della Piaggio, come testimonianza non solo dell'evoluzione dei motori e del design, ma in primo luogo, del lavoro umano, della ricerca. E della necessità di riconoscere ad essi ruolo e diritti. Nel suo manifesto aveva scritto: “Le persone sono all'origine della nostra forza. Sono la risorsa e l'intelligenza dell'organizzazione. Il coinvolgimento, ad ogni livello del lavoro di squadra, la condivisione degli obiettivi, sono necessari per la realizzazione della nostra missione”.

Veltroni racconta anche altri episodi. Per esempio il giorno del suo arrivo alla caserma Gamerra della Folgore a Livorno, dove avrebbe fatto il servizio militare, chiese un incontro riservato al comandante Michele Tunzi, pregandolo di trattarlo alla pari degli altri ragazzi.

Egli sapeva che il suo nome era un nome particolare, e questo lo metteva a disagio, perciò chiedeva di essere aiutato a sentirsi come tutti.

Veltroni giunge infine a una conclusione che fa tremare le vene e i polsi: "Se la vita di Giovanni fosse continuata, il destino dell'Italia sarebbe stato diverso". Sempre Veltroni ricorda che durante la cerimonia del trigesimo della morte, a Villar Perosa, il suo confessore don Renzo Savarino, raccontò dall'altare ciò che gli aveva confidato Giovanni Alberto: "Voglio vivere, desidero vivere, prego per vivere. Ma se il Signore vuole altro da me, è perché per me sarà meglio così".

Questa è la riflessione che fece monsignor Antonio Riboldi: "Queste sofferte parole dimostrano come niente sia impossibile a Dio: mi viene in mente un passo evangelico, quello in cui Gesù racconta che è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel Regno dei cieli. Ecco, con Giovanni Agnelli si è verificato il caso che il cammello passa per la cruna di un ago".

Dal libro "Il cielo sopra Varramista" di Giuseppe Cecconi e Lando Testi edito da CLD


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