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lunedì 29 agosto 2016

Attualità martedì 19 agosto 2014 ore 17:13

A Orentano sognando l'America

Enrico Casini ricostruisce in un libro la storia dei tanti emigranti che dalla metà dell’800 lasciarono l’Italia per cercare lavoro e fortuna altrove

PROVINCIA DI PISA — C’è un bel libro, uscito per i tipi Bandecchi&Vivaldi di Pontedera, che parla dei tanti emigranti italiani che dalla seconda metà dell’Ottocento lasciarono il Bel Paese – in questo caso Orentano, immerso nel verde delle colline delle Cerbaie, pieno di silenzi profondi – per cercare lavoro e fortuna altrove. In particolare si andava negli Stati Uniti.

Il libro (160 pagine, con testo inglese a fronte, ricco di immagini suggestive, di racconti, di dati e storie, di tante belle storie, dalla copertina virata seppia e inserti coi colori della bandiera americana) è stato scritto da uno studioso e fine divulgatore nostrano, Enrico Casini.

L’autore nasce a Orentano il 15 febbraio 1926. Nel 1945 s’iscrive alla Facoltà di Economia dell’Università di Firenze laureandosi nel 1953.

Dal 1951 è anche assessore al Comune di Castelfranco di Sotto. E poi su su in un crescendo di prestigiosi incarichi: presidente della Camera di Commercio di Pisa, Consigliere di SAT e Università di Pisa, Commissario straordinario della Dc, Deputato dell'Opera della Chiesa Primaziale Pisana.

Ora libero da impegni istituzionali, fa il ricercatore a tempo pieno, frequentando archivi, biblioteche, librerie, parrocchie. Il libro “The American Dream in Orentano” nasce di qui, dai molti anni passati a spulciare documenti, a interpretare dati, date e tabelle, a verificare notizie, a raccogliere immagini ingiallite e appunti e a riportare poi tutto al “pulito”.

Un grande lavoro. Godibile sotto tutti i punti di vista. Per chi ne ha sentito parlare e per chi di certe cose ne ignora (va) l’esistenza.

«II sogno americano – spiega Casini – è nato e si è sviluppato in Orentano sulla scia dei tanti lucchesi che già aveva­no varcato l'oceano e si erano affermati nel Nuovo Mondo. La nostra gente ha sempre avuto intensi rapporti con la città e le campagne lucchesi: per commercio di prodotti, legami di amicizia e vincoli matrimoniali per cui iniziarono a circolare in paese le prime notizie sulle buone opportunità offerte da quei paesi. I primi orentanesi, gente di terra, che già nelle ultime decadi dell'800 osarono affrontare un così lungo viaggio per mare, si indirizzarono per lo più verso il Brasile. Dall'inizio del nuovo secolo si ebbe una accelerata moltiplicazione di emigranti da Orentano, come da altre parti d'Italia, e la quasi totalità prese rotte marittime che portavano allo scalo di New York, per la crescente e stimolante dif­fusione di notizie sulle tante occasioni di lavoro ben retribuito che offriva l'Unione del Nord America, in grande crescita economica dopo la fine della Guerra di secessione”.

La dimensione del fenomeno migratorio nella nostra piccola comunità, di poco superiore alle 3mila persone, “l'ho colta – aggiunge Casini – scorrendo i libri parrocchiali. Il Pievano Giuliano Buonaguidi, che ha retto la Parrocchia negli anni dal 1892 al 1925, aveva riportato sul Libro delle Anime le assenze che riteneva temporanee di circa 650 persone e a lato di molti nomi annotava: Estero, Francia, America. Note che anni orsono mi avevano ispirato una possibile ricerca sui definitivi trasferimenti in terra straniera di tanti miei compaesani e insieme anche l'evoluzione sociale della loro discendenza. Ma, dai libri parrocchiali potevo ricavare solo la composizione e le condizioni economiche e sociali delle famiglie in quell'arco di tempo. I discendenti della maggior parte delle famiglie d'origi­ne degli emigranti ancora presenti in Orentano conservano solo un vago ricordo del lontano parente partito un secolo prima. Il tempo trascorso ha diluito anche i legami di sangue. Ciò che delle espe­rienze americane potevano conoscere parenti ed amici di allora non è stato trasmesso a figli e nipoti del tempo presente. Anche quegli emigrati che in età avanzata scelsero di finire la loro esistenza al Paese nativo, salvo eccezioni, sono ricordati solo nei marmi del nostro cimitero e ritengo sia quanto si aspettavano”.

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