Da poco più di 3.600 abitanti a oltre 3,6 milioni di toscani. Il bacino di riferimento è sicuramente cambiato, per l'assessore regionale Alberto Lenzi, dallo scorso Novembre nella Giunta del presidente Eugenio Giani in quota Alleanza Verdi e Sinistra. Ma per l'ex sindaco di Fauglia, che ha lasciato la fascia tricolore dopo la nomina e sei anni e mezzo in Comune, l'esperienza in una piccola realtà è stata fondamentale. "Un'infarinatura generale che aiuta moltissimo", ha detto. Anche per ricoprire il ruolo di assessore con deleghe pesanti, come quella al Lavoro e alla Connettività.
Com'è il salto da un Comune con meno di 5mila abitanti alla Giunta della Toscana? Fare il sindaco è un'esperienza formativa?
Tanti colleghi mi chiedono se sia più difficile fare il sindaco o l'assessore regionale. Dico senza dubbio il sindaco di un piccolo comune: ci sono molte più responsabilità e si fa davvero tanta fatica. Si resta al lavoro anche 24 ore al giorno e, spesso, bisogna diventare tuttologi: sapere di tutto un po'. Oggi, però, posso dire che questa infarinatura mi sta aiutando molto. Va detto anche che, qua in Regione, mi confronto con dirigenti molto in gamba che mi permettono di sviluppare tutte le idee che, col tempo, ho accumulato. In poco tempo abbiamo già realizzato diversi provvedimenti. È la fortuna di avere molti dipendenti: a Fauglia erano soltanto 17. Ma ripeto: chi viene da un piccolo comune ha una marcia in più.
Guardandomi indietro, sono soddisfatto di quel che abbiamo realizzato insieme a tutta l'amministrazione. Nei 14 anni precedenti a me, sono stati intercettati 3 milioni a fondo perduto. Nei miei sei anni e mezzo, ne abbiamo ottenuti 6 grazie al gran lavoro fatto sui bandi. Siamo riusciti a progettare una nuova scuola, con 3 milioni già messi a bilancio, a completare un asilo nido e una palestra che ospita una squadra di Serie B di basket. Penso che siano grandi risultati.
Tra i primi provvedimenti c'è il Reddito di reinserimento lavorativo. Un impegno della campagna elettorale, che è stato accostato al Reddito di cittadinanza.
Questo strumento, in realtà, è molto improntato alle politiche attive. Non è destinato a chi è inattivo, bensì a persone fuoriuscite dal mercato del lavoro per licenziamento, oppure per la chiusura dell'azienda. Una volta terminato ogni ammortizzatore sociale, come la Naspi, interviene la Regione con questo Reddito di reinserimento lavorativo, interamente sostenuto grazie ad avanzi di gestione, risparmi dell'amministrazione. Abbiamo stanziato circa 23 milioni di euro che servono ad accompagnare le persone, tenendo presenti alcuni paletti come l'Isee e l'arco di nove mesi di tempo, verso un inserimento o un reinserimento. Contestualmente, vengono erogati mensilmente 500 euro come sostegno.
Ma il provvedimento è assai diverso dal Reddito di cittadinanza, perché serve soprattutto alle persone di una certa età che, ritrovatesi fuori dal lavoro, fanno fatica a rientrarvi. Con questo strumento, garantiamo formazione e specializzazione per avere nuove opportunità. Attualmente sono circa 11mila i toscani che usufruiscono di questo servizio e, finché ci sono le risorse, andremo avanti. Certamente, vorrei che dopo questo primo anno di sperimentazione, il Reddito di reinserimento lavorativo diventasse una misura strutturale e duratura.
Sul tema del lavoro ci sono altre questioni: il versante della sicurezza, il disallineamento tra la domanda di competenze delle imprese e l'offerta dei lavoratori e l'occupazione per le persone con disbailità. Come agisce la Regione?
Ho fatto tanti incontri con gli ispettori del lavoro e, per ovvie ragioni, insistono prevalentemente su campioni o agiscono previa segnalazione. Per estendere ulteriormente la tutela dei lavoratori contro gli infortuni e visti anche gli incidenti recenti, ho deciso così di aumentare di un ulteriore milione il totale messo a disposizione in questo ambito, arrivando così a un complessivo di 2,5 milioni. Queste risorse, tramite un bando, vengono erogate come contributo alle aziende affinché facciano, con consapevolezza, il percorso formativo sulla sicurezza sui posti di lavoro per i propri dipendenti. È l'unico strumento per arrivare in ogni angolo del mondo del lavoro.
Per quanto riguarda il disallineamento, vorrei recuperare il Tavolo provinciale delle politiche attive in ognuna delle dieci Province. Dopo il depotenziamento di questi enti, lo strumento si è un po' perso. Sarebbe un modo per creare un punto d'incontro con associazioni di categoria, sindacati e amministrazioni comunali in modo da capire e segnalare quali sono le vere necessità di ciascuna provincia e quali sono le figure professionali richieste. A quel punto, potremmo fare politiche attive concertate e mirate per formare giovani e meno giovani. Mi piacerebbe, in questo contesto, rivolgermi anche alle quinte superiori, per far conoscere a ragazzi e ragazze quali sono le possibilità nel mondo del lavoro. Dobbiamo renderci conto che, tramite il Pnrr, sono state aperte molte agenzie formative, ma adesso queste risorse andranno a scemare: dobbiamo ottimizzare l'impegno di ciascuno e convogliare i soldi dove davvero è utile.
Infine, per favorire l’inserimento occupazionale delle persone con disabilità e aiutare le imprese ad assolvere gli obblighi di assunzione previste dalla legge, la Regione ha dato il via a "Futuro Inclusivo", un piano elaborato con Anci Toscana e che coinvolgerà il mondo della cooperazione sociale. Potenziamo le azioni di inclusione e inserimento lavorativo per tutelare la dignità e i percorsi di autonomia della persona, rafforzando il raccordo tra mondo produttivo e servizi sociali, sociosanitari, e per l’impiego.
Infine, altra delega tra le tante: quella alla Connettività diffusa. Tra i provvedimenti adottati c'è anche l'inserimento del "diritto alla connettività diffusa" nello Statuto della Toscana: che significa?
Molto semplicemente, credo che la possibilità di connettersi debba essere garantita a tutti i toscani, perché tutti devono avere le stesse opportunità, indipendentemente dalla zona in cui vivono o lavorano. Tra risorse proprie e investimenti percepiti dallo Stato, stiamo cercando di spingere su questo progetto: sta a noi ora fare un ulteriore sforzo per coprire tutto il territorio non solo con la fibra, ma anche con la connessione mobile. Dobbiamo dare la possibilità a tutti di poter lavorare in smart working, che ormai dal periodo pandemico è la normalità per tanti. In questo modo, possiamo anche preservare dallo spopolamento certe località più remote della Toscana. Allo stesso tempo, la connettività diffusa serve anche a garantire l'apertura di nuove attività in periferia: oggi, in una zona senza connessione, non è più possibile lavorare.